Il Battistero

Mentre la piazza del Duomo subiva grandi trasformazioni nel suo assetto generale, si provvede al restauro dei singoli edifici: il Battistero fu sede di un grande cantiere che, iniziato sotto l'operaio Bruno Scorzi nel 1835, si protrassero dal 1841 al 1856 sotto Vincenzo Carmignani (R).

In realtà già dal 1817 sono registrati interventi a elementi architettonici deteriorati che spesso portavano a sacrifici e sostituzioni, mentre i pezzi rimossi venivano ammassati nei magazzini in attesa di un possibile riuso. Questo tipo di operazione preannuncia i criteri di restauro che sarebbero poi prevalsi nel privilegiare l'immagine unitaria dell'edificio alla conservazione dei materiali antichi, diversamente da quanto raccomandava il conservatore del Camposanto Carlo Lasinio, rispettoso di ogni singola pietra.

Le perizie condotte nel gennaio del 1825 da Stefano Piazzini e Alessandro Gherdesca sullo stato delle Quattro Fabbriche, prevedevano per il Battistero di "risarcire diverse arcate, rimettere delle colonne, restaurare la gradinata esterna" e registravano la decadenza soprattutto della cupola e degli ornati esterni. Ma i lavori si indirizzarono in un primo momento a completare la piena fruibilità dell'edificio che nel 1829 veniva liberato dal muro di recinzione dalla vicina Casa dell'ortolano che alla metà del Cinquecento era stato eretto a ridosso del settore occidentale. Della porta così riacquistata fu restaurato l'architrave mentre tra il 1835 e il novembre 1837 si avviavano i risarcimenti ai degradi segnalati nella perizia del Gherardesca: "attoppature" ai conci a agli ornati, eseguite senza troppa disponibilità di mezzi e persone, che in realtà erano spesso vere e proprie sostituzioni. A niente valsero le denunce di Carlo Lasinio della "riprovevole smania di rimuovere ogni cosa mentre dappertutto si provava religiosamente di conservare i più minimi rimasugli di antichità" sotto gli occhi dei forestieri che pure disapprovano.

Nel 1839, sotto l'Operaio Vincenzo Carmignani, si inaugura il vero e proprio cantiere, solo formalmente controllato da Alessandro Gherardesca almeno fino al 1849, ma in realtà lasciato nelle mani del capo delle maestranze Giovanni Storni e condotto con la disinvoltura che aveva caratterizzato i primi interventi al monumento: vengono restaurate in successione le pareti esterne e tutti i portali, sacrificando però questa volta non solo conci, colonnine e ornati ma anche le sculture di Nicola e Giovanni Pisano poste a coronamento del primo ordine al di sopra e all'interno delle vimperghe. Delle prime -ventisette statue a figura intera e tre busti in corrispondenza del portale principale - solo quattro furono ricollocate al loro posto, mentre le altre furono realizzate da Francesco Storni, figlio del capo delle maestranze, senza curarsi neppure di imitare quelle medievali - in parte perdute, in parte relegate nei magazzini e oggi al Museo dell'Opera. Delle statue entro i vani delle vimperghe solo undici sono state investite dal restauro anche se tutte ne portano i segni.

Le critiche sollevate dall'operazione inducono l'Opera a richiedere un esplicito parere di Gherardesca, che trova corretti i restauri e anzi ne prescrive la continuazione anche se con maggior cautela. Che comunque non si trattasse più di interventi di "ordinaria manutenzione" era ormai evidente, tantoché il Magistrato comunitativo nel 1851 rifiutò l'approvazione del bilancio nonostante Carmignani ne ribadisse la natura di semplice risarcimento di parti pericolanti per il quale non era prevista alcuna autorizzazione preventiva.

Una dettagliata denuncia giunse nel 1853, formulata da un anziano rappresentante della Comunità, Giuseppe Menici, che deplorava la conduzione del cantiere, il recupero del tono dei marmi con una mano di olio macchiato, e soprattutto il "ributtante anacronismo" dei rifacimenti dello Storni, in particolare il "Santone" nella nicchia verso l'ospedale.

Allontanato Gherardesca nel 1849, i lavori proseguirono, con modalità non molto più ortodosse, a completare il recupero dell'esterno con il basamento, per passare poi dal 1850 al restauro dell'interno, privato degli arredi non medievali che nei secoli vi si erano aggiunti e integrato nella decorazione "come Diotisalvi l'avrebbe voluta": vi si inseriscono le nuove vetrate del Botti e si bandisce un concorso per gli affreschi della cupola -peraltro mai realizzati. Nell'agosto 1856 l'edificio fu riaperto ufficialmente al culto.

La distanza tra le diverse concezioni del restauro alla base delle polemiche che avevano accompagnato costantemente i lavori si misura nel confronto tra il necrologio dell'Operaio Carmignani - "la meravigliosa mole del Battistero ... allo splendore della pristina dignità restituì"- e le rassegnate parole di Ruskin che nel 1845 da Pisa scrive: "povero caro vecchio Battistero, tutti i suoi preziosi e vetusti intagli sono sparpagliati nello spazio erboso antistante; gli operai fanno portenti quando si tratta di smantellare ... ma poco importa il vecchio battistero è spacciato".

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Bibliografia

R. Romanelli, "Grandi e straordinari restauri" al Battistero di Pisa; l'intervento di Vincenzo Carmignani, in "Bollettino Storico Pisano" Nº 66, 1997, pp. 105-138

Clegg J., Tucker P., Ruskin e la Toscana, catalogo della mostra Lucca - Fondazione Ragghianti,Lucca, 1993

A. Terreni, Veduta di San Giovanni, stampa, acquatinta, 1801 ca.Il Battistero visto dal lato ovestBattistero, particolare degli ordini superioriGiovanni Pisano, San Giovanni Evangelista, Museo dell’Opera del Duomo, dal Battistero, II ordine, coronamento