Opere in viaggio

Il visitatore che oggi varca la soglia di una chiesa ha forse l'illusione di trovarsi di fronte ad un complesso di opere - altari, dipinti, sculture - destinate fin dall'inizio ad arricchire quello specifico ambiente. In realtà non tutti gli arredi attualmente conservati in uno spazio sacro sono da considerarsi il frutto di apposite commissioni in quanto nei secoli sono stati oggetto di spostamenti dovuti a cause diverse.

La motivazione principale di tali spostamenti è stata da sempre e costantemente la trasformazione del gusto che ha comportato l'esilio forzato di opere non più aggiornate dai verso sedi periferiche e la loro sostituzione con nuovi oggetti più adeguati. Ma altre cause si sono aggiunte nei diversi momenti storici, legate ad esempio a mutate esigenze di culto o alla riorganizzazione territoriale della Chiesa.  Ma un poderoso impulso al fenomeno venne, tra Sette e Ottocento, dalla soppressione di enti religiosi che talora ha portato al trasferimento dei relativi beni allo Stato.

In Toscana l'età lorenese è forse quella in cui il riformismo illuminato, con la sua volontà dì  razionalizzazione, ha causato il più significativo riassetto generale oltre che dell'amministrazione pubblica, di quella ecclesiastica, provocando, come conseguenza delle soppressioni degli enti religiosi,  il "viaggio" di una moltitudine di opere.

Le soppressioni attuate da Pietro Leopoldo non avvennero, come sarà poi per quelle di età napoleonica o quelle post-unitarie, con atto unico: fu un processo che si realizzò per gradi, attraverso atti che riguardarono separatamente gli Ordini religiosi, i conventi maschili, i monasteri femminili, le compagnie e le congregazioni laiche. Si trattò talvolta di risolvere specifici problemi economici: già nel 1782 ad esempio il Granduca autorizzò la soppressione di undici compagnie religiose, al fine di utilizzare il ricavato della vendita dei loro beni e arredi per finanziare la costruzione del nuovo cimitero suburbano (D).

I singoli provvedimenti rientravano peraltro all'interno di un più ampio quadro di riforma religiosa che Pietro Leopoldo riproponeva in Toscana, in linea con la politica ecclesiastica attuata nell'impero Asburgico dal fratello Giuseppe II, nota con il nome di "Giuseppinismo". In tale contesto particolare importanza rivestiva l'istituto del Patrimonio Ecclesiastico, dipendente dal governo centrale, esteso a tutta la Toscana nel 1784 dopo essere stato sperimentato con successo due anni prima dal vescovo Scipione de' Ricci a Pistoia. Il Motuproprio del 30 ottobre 1784 (D) creava un istituto del Patrimonio per ogni diocesi incaricato di far fronte alle esigenze permanenti e temporanee delle parrocchie e del clero, attraverso le rendite degli enti religiosi soppressi e qualche assegnamento dalle casse regie.

Nel Patrimonio Ecclesiastico confluirono anche gli arredi delle compagnie laicali, soppresse con l'atto del 21 marzo 1785 (D), non tutti destinati ad essere venduti all'incanto, ma anche ridistribuiti alle chiese più bisognose.

Un'altra politica fu alla base dei provvedimenti napoleonici. Come già avvenuto negli altri stati conquistati, anche in Toscana Napoleone promosse, nell'ambito di una serie di riforme ispirate a quelle francesi, la soppressione totale di corporazioni e conventi con soli due atti: il 29 aprile 1808 viene emanata l'ordinanza che prevedeva una prima parziale soppressione che risparmiava gli Ordini reputati utili alla vita civile in termini di istruzione o assistenza; il 13 settembre 1810 un ulteriore decreto completava l'operazione arrivando a coinvolgere un totale di 450 conventi - un numero decisamente imponente se si pensa che non vi erano compresi quelli delle attuali province di Livorno, Lucca e Massa Carrara, allora parte del Principato di Lucca e Piombino che provvedeva con leggi proprie.

Diversamente da quanto disposto da Pietro Leopoldo, tutti i beni così reperiti entrarono a far parte del demanio pubblico, andando a rimpinguare le casse dello Stato fortemente indebolite per aver finanziato le operazioni belliche e rendendo disponibile una serie di edifici a funzioni di utilità civica e sociale. Analoga volontà era sottesa alla prescrizione di attingere alle opere mobili rese così disponibili, alle quali si prescrisse di attingere per la creazione di musei pubblici a Firenze e negli altri capoluoghi.

Le operazioni procedettero speditamente grazie anche alle conoscenze acquisite nelle fasi di censimento e di inventariazione preliminari alle soppressioni lorenesi.

Dopo la parentesi napoleonica Ferdinando III restituì, dove possibile, agli enti religiosi che veniva ripristinando i loro arredi e abolì l'istituto del Patrimonio Ecclesiastico, accrescendo il numero delle "opere in viaggio".

A titolo puramente esemplificativo si propongono qui i casi degli arredi di S. Sebastiano, S. Cristina, S. Sisto e S. Francesco.